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News BERTACCHI IN MUSICA (ricerca di Guido Scaramellini pubblicata sul "Clavenna")
Data inserimento : 13 agosto 2017

Sono 31 le poesie scritte da Giovanni Bertacchi tra il 1888 e il 1936 e musicate da 36 autori tra il 1900 e il 2015. Alcuni hanno messo in musica più di una poesia e alcune poesie sono state musicate da più autori. Nell’elenco ho inserito anche l’inno «Per la patria e per il re» di Quartero, il cui spartito manoscritto, conservato nel Fondo Bertacchi, non porta indicazione dell’autore dei versi, dubitativamente attribuiti al nostro. Di Memore primavera conosco solo una cartolina che porta stampato, al piede dei versi, il rigo musicale conclusivo e la firma del musicista Anfossi. In altri 17 casi non è stato rintracciato lo spartito. Infine 11 poesie non furono, forse o certamente, scritte e musicate, non conoscendo né la musica né, tranne quattro casi, il testo, ma essendo documentata solo la richiesta al poeta di scrivere i versi o di autorizzarne la messa in musica, pervenuta – in cinque casi – da parte degli stessi musicisti. Quanto a L’iride della cascata, il musicista D’Amato, dopo aver organizzato le varie parti del testo, non procedette, quasi certamente, a rivestirla di note. A volte le richieste di versi da musicare o l’autorizzazione a depositare quelli già musicati sono collegate a feste del regime fascista. In tal caso il rifiuto da parte del poeta è certo, anche se non sempre egli appose l’annotazione della sua risposta negativa sulla lettera ricevuta. Sui versi bertacchiani musicati scrissi nel 2004 e, limitatamente a poesie dialettali, nel 2016 . Qui riprendo l’argomento, dopo avere destinato al Fondo Bertacchi, istituito presso il Centro di studi storici valchiavennaschi, le copie di tutte le partiture rintracciate. Sarà anche il caso di ricordare che Carlo Emilio Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana attribuì erroneamente a Bertacchi le parole dell’Inno del Touring club italiano, musicato nell’anno 1900 da Gellio Benvenuto Coronaro, mentre esse si devono a Olindo Guerrini. Di ciascun canto, anche di quelli incerti, si presenta una scheda. Nel lavoro ho cercato di approfondire le notizie relative ai musicisti e alle persone a diverso titolo coinvolte, interpellando tante persone e utilizzando vari canali, a cominciare da quelli degli uffici comunali di anagrafe. Nella seconda parte ho preso in considerazione anche poesie e musiche forse mai composte. Ovviamente con questo lavoro non ho la pretesa di esaurire il tema. Anzi la ricerca – come ogni ricerca a questo mondo – vuole fare il punto su quanto si è finora trovato, nell’auspicio che si proceda verso nuove acquisizioni, anche di spartiti irreperiti, e verso un’analisi di critica musicale. Il canto dei Cooperatori A partire dal 1900 varie poesie di Bertacchi furono messe in musica. La prima è Il canto dei Cooperatori, scritta dal poeta trentunenne in otto ottave per la Lega nazionale delle cooperative e musicata a Lugano da Romualdo Marenco . Una delle prime esecuzioni fu affidata alla Società corale «Giuseppe Verdi» e alla Banda «Giuseppe Gadda» il 10 novembre 1901 nella sede di Milano della Società anonima cooperativa di consumo fra gli addetti allo stabilimento Pirelli & C. Testo e musica furono pubblicati sempre a Milano nel 1905 dall’editore Romualdo Fantuzzi in partiture per canto e pianoforte, per accompagnamento di banda, per parte corale staccata e a tre voci (ragazzi, tenori, bassi). Copie musicali si conservano alla Biblioteca civica di Novi Ligure, alla Biblioteca del Conservatorio di musica «Giuseppe Verdi» di Milano e alla Biblioteca musicale governativa del Conservatorio di musica «Santa Cecilia» di Roma . Della sola poesia senza musica il 1° maggio 1903 la Lega, con sede in via Foscolo 5 a Milano, fece stampare un pieghevole a quattro facciate con un tondo figurato in copertina. È citata anche nell’ «Almanacco» di quell’anno, alla terza edizione dell’inno, nella quale un’ottava per pagina è accompagnata da un disegno di Giovanni Crotta . È premessa questa nota: «Intanto la Lega ha chiamato a collaborare alla propaganda di questa idea innovatrice due insigni artisti: il poeta prof. Giovanni Bertacchi – noto per splendide liriche – ha dato, nelle otto strofe del Canto dei cooperatori, la sintesi della evoluzione economica e civile che la cooperazione va maturando; il chiaro maestro Romualdo Marenco, celebrato autore della musica di Excelsior, che ha trionfalmente percorso i principali teatri del mondo, ha rivestito di note geniali e solenni la bella ispirazione lirica del poeta. Ed oggi la Lega riproduce in una terza edizione il suo Canto, chiamando ad alleato – per meglio commentarne le bellezze – la matita di un giovine artista, il pittore Giovanni Crotta, il quale si presenta nelle palestre dell’arte pieno di promesse» . Nel Fondo si trova una lettera scritta da Milano al poeta il 31 ottobre 1900 da Antonio Maffi, figura di rilievo nel mondo cooperativo . In essa il mittente comunica di avere fatto copie in bozza dell’inno, omettendo – scrive – «la parte filosofica, che Ella mi aveva indicata, come non assolutamente indispensabile». Si congratula quindi per il lavoro «dalle linee solenni e manzoniane». Nello stesso Fondo si conservano copia della bozza del testo, con qualche correzione, un ritaglio di giornale con il testo, al quale il poeta ha apportato varianti a penna, e un altro foglio dello stesso inno, stampato dalla Tipografia Cooperativa Comense nel 1908, ben curato e incorniciato. Qui, ai nomi degli autori segue l’annotazione: «Proprietà della Lega Nazionale delle Cooperative Italiane» . Più di trent’anni dopo il maestro Bruto Mastelli metteva in musica, sempre a Lugano, gli stessi versi. Nel Fondo è il manoscritto musicale su due facciate, ma senza titolo, firmato dal compositore il 24 luglio 1932, che dovette inviare al poeta forse il 5 dicembre successivo con una lettera : «La direzione Unione Svizzera delle Società di consumo di Basilea in data 25 nov. u. s. m’informa che non può accettare il suo Canto dei Cooperatori, da me musicato, perché la traduzione della lirica nei testi francese e tedesco non corrisponde agli intendimenti cooperatistici svizzeri». Il compositore chiese perciò al poeta l’autorizzazione a presentare la composizione, in alternativa, alla direzione generale delle cooperative italiane. Al che Bertacchi appuntò sulla stessa lettera la risposta: dopo aver trovato strano che il testo non vada bene in francese e tedesco, si oppose «risolutamente» a darlo alla direzione delle cooperative italiane per «solidarietà ideale che mi lega – scrive – al maestro Marenco che già musicò con largo successo il mio Inno» e per evitare che una nuova versione musicale sia vista come migliore della precedente, concludendo in modo perentorio: «o Svizzera, o niente». Memore primavera Un’altra poesia di Bertacchi, in due quartine, Memore primavera, data al 1904, ricorrendo il primo centenario di fondazione dell’Istituto Bianchi-Morand di Milano per le fanciulle, allora attivo in via Cappuccio 9. Lo testimonia una «Cartolina ricordo», sul cui retro, tra le riproduzioni di fotografie di una bambina e di una ragazza, sono stampati il testo della poesia e, sotto, il rigo musicale del verso finale, con la firma del musicista compositore Giovanni Anfossi, che tra l’altro in quell’Istituto insegnava pianoforte . Conosco solo una copia della cartolina nella collezione Gianni Zatta di Chiavenna . Non mi è stato possibile rintracciare la musica completa. Il risveglio d’Italia o Canto dell’ultimo riscatto o Alla patria Durante la prima Guerra Mondiale gli inni di Bertacchi musicati si fanno numerosi. Il poeta aveva visto con un certo favore la guerra libica del 1912, «in contrasto – scrive – con le opinioni anticoloniali mie e di altri, manifestate durante la precedente campagna africana» e più per «simpatia verso i nostri combattenti laggiù e, in fondo, di rispetto per quei – più che nemici – avversari creatici da una necessità della storia» . E nel 1915, l’anno dell’entrata italiana nella grande guerra, il poeta fu ancora tra gli interventisti democratici in nome del trionfo del diritto sulla sopraffazione, il tutto nell’auspicio di un nuovo ordine sociale. Per questo egli si prodigò con i suoi versi e numerosi discorsi in una intensa propaganda patriottica. Fu anche chiamato dal Comitato nazionale per i «Canti popolari della nuova Italia», con sede presso la Scuola civica musicale al castello sforzesco di Milano, a far parte della «Commissione incaricata di esaminare gli Inni pervenuti a questo Comitato dalla Lombardia» . Stando a una lettera indirizzata al poeta, senza data, ma databile ai primi mesi del 1915, l’idea dell’inno si deve ad Antonio Baslini, sottosegretario alle Finanze dal 1914 al 1916 , che così scrive: «Tutte le guerre nostre ebbero le loro canzoni, che oggi ancora ci fanno rivivere la fede e l’entusiasmo dei padri. Perché, Bertacchi, non vorrebbe esser lei il poeta della guerra nuova, onde uscirà compiuta l’unità d’Italia? E la Patria sarà fatta più grande e più forte e più rispettata nel mondo? Faccia, faccia presto e trovi chi sappia musicare le parole sue in modo da scuotere e trascinare quanti hanno sangue italiano nelle vene». Uscì poi in quel 1915, quando la nazione entrò in guerra, Il risveglio d’Italia, su «Il Secolo» del 31 maggio e su un numero unico intitolato «La canzone d’Italia. Inni e canti di guerra». Il testo di quattro ottave, ciascuna seguita da una quartina, con il titolo Canto dell’ultimo riscatto, fu pubblicato quello stesso anno in «Canzoniere patriottico. Canti e inni di guerra» e in chiusura della terza edizione di una raccolta di canti patriottici, edita dalla casa editrice Risorgimento . Il curatore del libro la considerò «la sola poesia degna finora che la guerra d’oggi abbia espresso», aggiungendo che Riccardo Zandonai aveva «promesso di musicarla». Si conosce il testo di un telegramma, inviato da Milano e giunto allo Zandonai a Pesaro la sera del 29 maggio di quell’anno : «Bertacchi grande poeta forte propugnatore causa Trentino ebbe da alte sfere ministeriali invito comporre inno esercito, lirica pronta, trentini italiani sarebbero orgogliosi vedere nome esimio maestro irredento associato quello del poeta urgendo risposta indirizzi Lida Gnecchi Monte Pietà 1 ufficialmente incaricata». La risposta del giovane Riccardo Zandonai (aveva compiuto 32 anni giusto il giorno prima) fu immediata, perché il manoscritto della composizione Risveglio d’Italia. Inno popolare porta la data da Pesaro del 1° giugno con dedica «Alla mia Lilì per ricordare questi grandi giorni», cioè Tarquinia Tarquini che l’anno dopo a Firenze sarebbe diventata sua moglie . Nel Fondo si trovano l’originale manoscritto del testo, datato 22 maggio 1915, senza titolo, e tre lettere indirizzate al poeta. Una, del 31 maggio da Cremona, è un’aspra critica letteraria del prof. Antonio Pallottino alla poesia che era stata pubblicata su «Il Secolo» quello stesso giorno. L’altra è l’articolata e serena risposta autografa del poeta, ma non firmata e probabilmente mai spedita, senza data, in cui tra l’altro si legge: «La ringrazio anche perché l’ho ricevuta insieme con un biglietto della Redazione, in cui mi si dice che l’inno è piaciuto moltissimo , e che da varie parti se ne sollecita la diffusione. […] Se la lirica sarà musicata io non potrò più impedirne la pubblicazione: solo procurerò di ritoccarla quanto più mi sarà possibile». Ed effettivamente i versi musicati da Zandonai, come si vedrà tra poco, sono frutto di una revisione, a cominciare dal titolo. La terza lettera fu scritta il 3 giugno da Savino Varazzani dell’Università popolare: «Ier l’altro – com’ebbi letto il tuo inno ‘Il risveglio d’Italia’ – scrissi al ‘Secolo’ la lettera che forse avrai letto e che, se non hai letto, puoi leggere ora nel ritaglio che ti accludo . Tu vedi la proposta che ho fatto. ‘Il Secolo’ l’ha accettata e caldeggiata. Ora si tratterebbe di attuarla. E per l’attuazione il Borsa mi ha detto: ‘Fate voi’. Sta bene. Io sono disposto a fare, cioè a organizzare, come si dice, la cosa cercando il concorso di chi lo può dare. Ma inanzi tutto mi occorre il consenso del poeta e quello del musicista. Il primo lo chiedo a te. L’altro lo chiederò oggi stesso, scrivendogli, allo Zandonai. Tu consenti? Circa la riuscita, mi pare che non ci sia da dubitarne. Io avrei ideato la cosa così. Il rito patriottico dovrebbe compiersi o al Teatro Lirico o nel gran salone del Conservatorio. L’inno dovrebbe essere cantato a piene voci da un coro d’artisti. E prima della cantata Innocenzo Cappa dovrebbe tenere un discorsetto-ouverture in attinenza col tema parlando, per es., della redenzione d’Italia nel canto dei suoi poeti. Per l’occasione si inizierebbe la vendita al pubblico dell’inno con rispettiva musica che il Borsa mi ha detto si sta preparando. E tutto anderebbe a benefizio della Croce Rossa. Che ne dici?». Si riferisce allo stesso argomento anche la lettera del citato Baslini al poeta, datata Roma 22 giugno 1915 : «L’inno è veramente bello, confido che la musica di Zandonai abbia a renderlo popolarissimo. […] Manderò a S. E. il Presidente e al tenente Porrro le copie loro destinate». Vi si conservano anche una copia manoscritta, ma non dal poeta, del testo su carta del Comune di Firenze di recente provenienza antiquaria (2014) e un cartoncino intestato «Il Secolo» , con le sigle M. B. Corrispondono a quelle del redattore Mario Borsa che l’1 giugno scrive: «Carissimo, il tuo inno è piaciuto straordinariamente. Parecchi ci scrivono consigliandoci a diffonderlo. Pant sarebbe lieto di pubblicare inno e musica a beneficio della Croce Rossa. Darebbe un’enorme diffusione alla pubblicazione: e ‘Il Secolo’ aiuterebbe le cose. L’inno così diventerebbe presto popolarissimo». I versi musicati da Zandonai furono rivisti dal poeta che apportò, come si è anticipato, varie modifiche anche nel titolo divenuto Alla patria [FOTO]. Lo spartito ha in copertina un tondo con una cromolitografia dell’incisore triestino Leopoldo Metlicovitz e una nuova dedica alla citata Lyda Gnecchi Romanoni, scrittrice e pittrice di Paderno d’Adda . Il poeta aveva già dedicato «al canto, al pennello, alla bianca leggiadria» di lei la poesia «Trina dolcezza», uscita nella raccolta «A fior di silenzio» del 1912. La partitura, stampata da G. Ricordi e C. di Milano, fu riedita l’anno dopo, con varianti marginali in copertina. Di entrambe le edizioni si conservano esemplari nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze, dov’è pure uno spartito più dimesso, con copertina rossa e senza incisione, pubblicato dalla stessa casa nella collana Biblioteca popolare dei corpi di musica e fanfare piccole, strumentazione di Alessandro Peroni . Sulla composizione musicale dello Zandonai Fabrizio Rasera esprime un giudizio piuttosto severo: «L’Inno alla patria non è uno dei suoi esiti più persuasivi, al contrario; nei versi squillanti di questa composizione d’occasione il retore sovrasta e schiaccia il poeta. Il testo ebbe peraltro un certo successo prima ancora di essere musicato» . L’inno fu anche stampato nel 1915 su un foglio pubblicitario, recante sul recto il titolo con l’incisione monocolore, sul verso la musica, il testo e l’indicazione dei prezzi di quattro diverse partiture. Una copia è nel Fondo. Per lo stesso inno erano disponibili parti per canto e pianoforte, per canto e grande orchestra, per canto solo, per pianoforte solo, per piccola orchestra, per banda. Si conosce un manifesto a stampa per i “Festeggiamenti popolari”. XX settembre” del 1918 nel salone della Società democratica operaia di Chiavenna, che prevedeva l’esecuzione da parte del Corpo corale locale di questo inno, dopo il discorso di Giovanni Bertacchi. L’ingresso a pagamento andava “a favore delle famiglie bisognose dei militari richiamati del Comune di Chiavenna” . Nel Fondo è pure un cartoncino con il solo testo, fatto stampare presso la tipolitografia Carlo Caligari di Chiavenna dalla locale Società democratica operaia con la data 20 settembre 1915 , in occasione dell’anniversario di Porta Pia, festa nazionale dal 1895 al 1930. A questa esecuzione allude, con un po’ di amarezza, il poeta in una cartolina postale inviata il 23 settembre seguente da Chiavenna all’amico Giovan Battista Brioschi a Milano : «L’altra sera, come sa, celebrammo il 20 settembre: fu eseguito il mio inno, ma un po’ per la musica sua, un po’ per l’affrettata e incompleta esecuzione, ancora una volta m’ha soddisfatto poco. Esso simboleggia veramente la fortuna di tutte le cose mie, che, anche se buone in se stesse, sono accompagnate quasi sempre da una straordinaria insufficienza di mezzi e di sussidi» Quello stesso 1915, il 31 maggio (l’Italia era entrata in guerra il 23 precedente), l’inno fu musicato, con il titolo originario di Il risveglio d’Italia e senza le varianti introdotte per la musica di Zandonai, da Bonaventura Buldrini . La partitura manoscritta autografa, «In omaggio a G. Bertacchi», è nel Fondo del poeta . La stessa poesia con il titolo Canto dell’ultimo riscatto fu messa in musica quell’anno una terza volta come inno del 119° reggimento di fanteria anche dal colonnello Pio Invrea , mantenendo le varianti di Zandonai, salvo qualche differenza formale nel secondo verso della prima e quarta strofa e nel verso finale. Del canto una copia musicale manoscritta su quattro pagine mi fu donata nel 2003 dal direttore di banda Ettore Giacomini di Villa di Chiavenna e a mia volta l’ho affidata al Fondo Bertacchi . La marcia dell’Isonzo Il generale Luigi Rossi, comandante della 1ª brigata fanteria di marcia, così scrive al poeta da Negrar (Verona) il 25 maggio 1918: «Ho il piacere e l’onore di informarla che il Comando della 1ª Armata ha ordinato che l’Inno, che Ella si è tanto cortesemente compiaciuto scrivere per questa mia Brigata, venga stampato e distribuito a tutte le altre Brigate dell’Armata» . Si tratta con buona probabilità di La marcia dell’Isonzo [FOTO], in quattro ottave, con dedica al Regio esercito italiano, stampata nel 1916 a Milano dallo Stabilimento Fabbri e C. editori, già Giudici e Strada, versi di Bertacchi e musica di Costante Adolfo Bossi per canto (a una o due voci) e pianoforte, per canto o mandolino, di cui un esemplare, stampato dai Fabbri di Milano, è presso la Civica biblioteca «Angelo Mai» di Bergamo . La marcia fu ripubblicata nel 1923 per coro a due voci eguali dall’editrice Musica sacra presso la Casa musicale «Gianluigi Centemeri» di Monza. Una partitura manoscritta per banda e coro a due voci virili ad libitum, datata novembre 1945 e donata dal compositore all’archivio del «Corpo musicale bandistico di Chiavenna», è nell’archivio della Corale Laurenziana di Chiavenna, strumentazione di Domenico Ascolese . A stampa è pure una cartolina pubblicitaria con il testo delle quattro strofe e sul verso la musica della prima in riduzione per orchestra . Inoltre nel Fondo Bertacchi si trova un foglio a stampa della stessa poesia, musica di Adolfo Bossi, con titolo leggermente diverso, «La Marcia Oltre L’Isonzo», e sull’altra facciata, senza autori, «Ai caduti per la patria» . Alba promessa Nel 1917 Guido Carlo Visconti di Modrone stampò alla Ricordi Alba promessa [FOTO] su versi di Bertacchi, per canto e pianoforte. La dedica è «al tenente generale Vittorio Litta Modignani, comandante della Seconda Divisione di Cavalleria» . Nella parte musicale compare tra le due ottave che compongono l’inno: l’augurio «Viva il Re!», ripetuto tre volte, il che non figura nei versi bertacchiani pubblicati nella prima pagina. Una copia è nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze . Al fior dei nostri morti e altro con titolo ignoto Il 27 giugno 1918 il tenente generale comandante del corpo d’armata di Milano Cleto Angelotti scriveva al poeta: «Sembra allo scrivente che meglio si potrebbe conseguire il duplice intento che la funzione (consegna di medaglie al valore per onorare i caduti e consolare i parenti) si propone, qualora ai discorsi d’occasione si potesse aggiungere o addirittura sostituire un canto epico, cantato da una apposita massa corale, con accompagnamento di adatta opportuna musica. Mi rivolgo perciò a V. S. pregandola di indicarmi se è a sua conoscenza che esista un canto che alla speciale circostanza possa adattarsi, ed ove, invece, esso non vi sia, oso pregare la S. V. di scriverlo». Il 29 luglio seguente il comandante accusava al poeta ricevuta di «due componimenti poetici che Ella si è compiaciuto dettare, soddisfacendo – scrive – alla mia preghiera e corrispondendo pienamente ai miei desideri» . E prosegue: «Nella prima composizione Al fior dei nostri morti riterrei opportuno (pur rimpiangendo di dover abbandonare l’originale concetto da Lei verseggiato così felicemente) apportare la variante da Lei stesso suggerita, siccome più facilmente comprensibile, sia dai soldati che debbono cantarla, come anche dal pubblico, che, nella maggioranza forse, sarà sempre un po’ grosso. Provvederò ora – conclude – per far musicare le composizioni dal Maestro Pedrollo , che mi è stato suggerito dal Serafin ; e, non appena avrà accettato l’incarico, lo metterò in relazione diretta con Lei per quelle eventuali varianti che la musica dovesse esigere». Non risulta che i due testi (del secondo non si conosce nemmeno il titolo) siano stati musicati, anche se nella biografia sul comandante si legge: «Vecchi canti patriottici vennero adattati alle circostanze, per l’opera specialmente del poeta Carlo Zangarini e del Maestro Trenti che prodigarono, in questo lavoro, tutte le loro energie. Nuovi canti vennero scritti da Giovanni Bertacchi e fatti musicare dal Trenti o da altri maestri». Nonostante ricerche presso il Comando del III Corpo d’armata a palazzo Cusani a Milano, nulla ho trovato né dei testi né delle musiche. Inno della Colonia! Finita la Grande Guerra si dovettero medicare le gravi ferite e si misero in atto varie iniziative, tra cui quella a favore dei figli di contadini morti in armi, per i quali a Chiavenna il 1° febbraio 1919 veniva aperta nell’attuale via Carducci una Colonia agricola lombarda (l’edificio diverrà caserma della Guardia di finanza e quindi sarà abbattuto) . In quell’occasione Bertacchi scrisse in tre ottave, ciascuna seguita dalla stessa quartina come ritornello, Inno della Colonia!, musicato da Piero Ostali senior , del quale conosco solo il testo poetico , non essendo riuscito, nonostante ripetute ricerche anche presso i familiari del compositore e la Sonzogno, a rintracciare la musica. Il curvo camminatore Il curvo camminatore (la poesia, composta da una sola ottava di endecasillabi, era uscita nella raccolta «A fior di silenzio» del 1912, nel capitolo intitolato Il solitario viandante), musica di Nello Mori e dedica alla signorina Franca De Sparano, è stato pubblicato per voce e pianoforte a Milano sempre da A. & G. Carisch & C. nel 1920 in «Tre liriche per canto e pianoforte» . Un esemplare è presso la Biblioteca nazionale di Firenze. La stessa poesia, con il titolo semplificato in Il camminatore, fu messa in musica nel da Laura Breschi, il cui manoscritto musicale è nella Biblioteca del Conservatorio di Roma . Inno a Chiavenna Fra i testi musicati di Bertacchi, il più conosciuto ed eseguito, almeno localmente, è l’Inno a Chiavenna [FOTO], in sei quartine, rivestito di note da Costante Adolfo Bossi ed eseguito la prima volta in Pratogiano a Chiavenna il 12 settembre 1920. Della partitura a stampa, per canto a due voci uguali e pianoforte, si conosce solo quella uscita nel 1942, anno della morte del poeta, presso l’Incisoria Stamperia musicale di Milano, con una foto panoramica in blu, a tutta copertina, di Chiavenna, dove il poeta era nato nel 1869 . Nel 1967 l’inno fu trascritto per piccola banda dal maestro Luigi Polito , direttore della Musica cittadina di Chiavenna, e da allora la sua esecuzione chiude ogni concerto di questo corpo bandistico . L’inno fu musicato agli inizi del 1931 anche da Giuseppe Aldo Nessi di Bergamo , come dice una lettera, conservata nel Fondo Bertacchi e spedita dal musicista al poeta il 23 febbraio di quell’anno: «lo scopo di questa mia è quello di comunicarle che mi sono permesso di musicare una sua poesia e precisamente quella ‘A Chiavenna’. Quest’estate fui invitato a Chiavenna dove mi si offriva il posto di maestro di musica, ecco perché trovando la sua bella poesia, che mi è piaciuta subito, ho pensato di rivestirla con della musica e ne ho fatto un Inno, dando un carattere di facilità e anche di popolarità, in modo che possa essere appreso facilmente da tutti, così pure ad esempio da una bella massa di ragazzi». Non mi è stato possibile rintracciare copia della composizione . I giovani esploratori o Suona la sveglia Nel 1921 Vincenzo Sequi metteva in musica i versi bertacchiani I giovani esploratori o Suona la sveglia, dalle prime parole dell’inno-marcia dei Giovani esploratori italiani, corpo fondato nel 1912 a Roma, che scelse Madesimo nell’estate del ’19 per il campo estivo e di nuovo il 19 giugno 1921 per l’inaugurazione della capanna al lago d’Emet, intitolata a Bertacchi, presente personalmente alla cerimonia . In realtà un inno ufficiale del Corpo nazionale giovani esploratori ed esploratrici italiani era già stato scritto nel 1916 da Angiolo Silvio Novaro e musicato da Riccardo Zandonai. Sull’inno di Bertacchi esiste nel Fondo una lettera, spedita al poeta da Roma il 12 novembre 1921 da parte del condirettore di «Sii preparato!» (chi era???), la pubblicazione mensile del Corpo nazionale dei giovani esploratori italiani , nella quale gli si chiede ulteriore collaborazione: «Le parole dell’inno da Lei scritto per i Giovani Esploratori attendono altre parole di gioiosa promessa e di vivida speranza». Il testo si svolge su quattro ottave di settenari, ciascuna seguita da una quartina di novenari e da un’altra di esametri. Non è stato possibile rintracciare la musica. Strada possente Il 1922 fu l’anno delle «Feste centenarie della grande carrozzabile dello Spluga», che era stata voluta dal regno lombardo veneto, e il poeta fu nominato presidente del Comitato esecutivo chiavennese. Per l’occasione egli scrisse i versi dell’inno ufficiale Strada possente, in otto quartine, che furono musicate da Achille Tagliabue , organista della collegiata di Chiavenna. Fu eseguito la prima volta il 23 luglio di quell’anno alla cerimonia commemorativa svoltasi al giogo dello Spluga. Due copie manoscritte della partitura per coro a due voci, probabilmente autografe, sono nell’archivio della Corale Laurenziana di Chiavenna. Nell’occasione il testo fu stampato su cartoncino intestato «Primo centenario della grande carrozzabile dello Spluga / 22 = 23 luglio 1922» . Canto degli artiglieri da montagna Il ten. Raffaello D’Antonio del 19° battaglione artiglieria di montagna, in una lettera inviata al poeta da Torino il 20 aprile 1908 , scrive: «ho pensato che dalla sua mente poteva sgorgare un canto che cento petti poderosi mescolerebbero alla voce dei torrenti: ho sperato che il suo genio dia alla patria e alla letteratura una canzone, facile e popolare, che sarà cento e cento volte ripetuta dagli echi misteriosi delle rupi che lei ha cantato. Naturalmente poche strofe sono sufficienti a esprimere l’entusiasmo degli artiglieri per la montagna e per l’artiglieria da montagna. […] Anche a nome di altri ufficiali del mio reggimento mi rivolgo a lei perché di tutti questi sentimenti dei nostri giovanotti, sentimenti che in arte hanno ispirato i suoi versi, voglia rendersi interprete in un canto che faccia vibrare tutte le corde del cuore e che nelle marce faticose sopra la neve o sulle aspre rocce fluisca spontaneo dalle bocche, sfogo necessario e sollievo gradito di cuori palpitanti ed entusiasti. Se, come spero, vorrà soddisfare questo mio desiderio, farà opera umanitaria e al tempo stesso darà un carme immortale alla letteratura. Nella speranza che fra un mese e mezzo, quando il reggimento comincerà le sue escursioni, sia già nota a questi baldi figli d’Italia la sua poesia, mi sottoscrivo suo devoto amico». La richiesta fu accolta, come fanno fede un manoscritto del «Canto degli artiglieri della montagna» in sei ottave, conservato nel Fondo , intestato «Librairie internationale, Galleria Vittorio Emanuele 80» (casa editrice Baldini & Castoldi), datato 10 agosto 1909 e una lettera, datata 1° dicembre 1910, dello stesso D’Antonio, passato al 2° reggimento artiglieria da montagna di Vicenza : «Il colonnello del mio reggimento e tutti gli altri ufficiali sono veramente entusiasti del suo canto degli artiglieri da montagna. Per questo noi vorremmo, col suo consenso, darlo alle stampe per diffonderlo largamente e farlo imparare dai soldati delle ventisette batterie da montagna e dei reggimenti alpini, prima ancora che venga musicato; inoltre noi vorremmo farne anche una cartolina illustrata. Non si vorrebbe, però, mettere in circolazione il canto, ove poi venissero fatte delle modifiche da lei. […] ove Ella non potesse introdurre subito le modificazioni di cui le parlai, occorrerebbe rinunciarci per non mutare più tardi la versione dell’inno. Desidererei, pertanto, che Ella mi dicesse se le sue condizioni attuali di salute le vietano di occuparsi un poco dell’inno; se invece potesse occuparsene, gradirei avere dalla sua squisita gentilezza la versione definitiva. A proposto di ritocchi, le fo presente che, sempre nella 5ª strofe, la parola ‘bronzo’ del 4° verso e la frase ‘splende il vessillo’ del 6° verso, hanno trovato da parte dei pedanti delle critiche, avendo noi artiglieri sostituito da parecchio tempo il bronzo coll’acciajo e non essendo le truppe da montagna dotate di vessilli». Agli inizi del 1911 l’inno non era ancora stato musicato, come dice lo stesso tenente in una lettera del 9 gennaio di quell’anno da Vicenza : «A nome del mio colonnello, dei miei colleghi e mio La ringrazio commosso per il bellissimo canto che Ella m’ha da diversi giorni inviato. La musica non ancora è stata ultimata; neanche è stato stampato il canto fino ad oggi. Stia certo, però, che esso avrà subito una larga diffusione e diventerà presto popolare fra le truppe da montagna». Di nuovo un anno dopo, il 5 gennaio 1912, lo stesso, nel 19° battaglione, scriveva al poeta da Derna in Libia nord-orientale : «Spesso in questi piani ricchi di superbi palmizi, in queste gole paurose cinte da aspri burroni, nelle tempeste del cielo o sotto il sole africano, i miei soldati ripetono le forti strofe del suo inno». Non è chiaro se si conoscesse già la musica. Comunque il compositore fu Ermenegildo Carosio e lo spartito per canto e pianoforte, dedicato agli ufficiali del corpo, fu edito nel 1922 da Gustavo Gori a Torino con riedizioni nel 1936 e nel 1941 per Arti grafiche Francesco Giudici di Clusone . Si conosce la stampa del testo su un grande foglio verdognolo uscito dallo stabilimento tipo-litografico Panfilo Gagliardi di Feltre . Negli anni Trenta l’inno veniva regolarmente cantato dagli artiglieri, come testimonia una lettera inviata al poeta l’11 aprile 1933 da La Spezia e firmata dallo stesso D’Antonio, passato colonnello comandante del primo reggimento di artiglieria da costa . Evviva la bandiera del lavoro Ancora nel 1922 Ferruccio Parisini affidava agli editori Adolfo & Guido Carisch & C. di Milano Tre cori con accompagnamento di pianoforte, tra cui, su versi di Bertacchi, Evviva la bandiera del lavoro, coro per ragazzi, con dedica «Al Cav. Prof. ERNESTO CAPELLETTI / Direttore Generale delle Scuole Elementari di Bologna» . Un esemplare è nell’Archivio della biblioteca dell’Accademia filarmonica di Bologna . Come si desume dallo spartito musicale, il canto è composto da cinque quartine di esametri; le strofe dispari sono seguite da un ritornello composto da due esametri. Favola breve e Precetto Adele del Noce musicò due poesie bertacchiane, presenti nella raccolta del 1912 «A fior di silenzio»: la sestina Favola breve e Precetto, la nota quartina del carro di fieno la cui musica fu stampata in «Canti per la gioventù», uscito senza data presso Gennaro Tavassi a Napol.i Ambedue i pezzi furono donati dagli eredi il 24 novembre 1969 al Conservatorio di musica di Napoli, dove si conservano l’originale manoscritto del primo senza data e una copia a stampa del secondo, pure indatata. Il primo dei due pezzi fu musicato anche da Alfredo Macchitella . Il manoscritto autografo della partitura di 8 pagine per coro a 4 voci virili, datato Ostuni 10 settembre 1933 e dedicato al musicista Biagio Grimaldi , è conservato nella Biblioteca del Conservatorio statale di musica «Niccolò Piccinni» di Bari, alla quale fu donato dalla famiglia. Nella casa del passato Non porta la data il manoscritto musicale di cinque pagine, proveniente dalla collezione Edoardo Mezzera di Chiavenna e donato l’11 settembre 2015 dagli eredi al Fondo Bertacchi. È la musica per canto e piano composta da Franco Baldanello su versi di Bertacchi, limitatamente alle prime due strofe di 12 e 8 versi, di Nella casa del passato, ispirati al palazzo Vertemate Franchi, composti a Piuro la settimana santa del 1898 e pubblicati, in 17 strofe di lunghezza variabile, nella raccolta «Liriche umane» del 1903. Inno degli Italiani d’oltre Alpe e d’oltre Mare Dell’Inno degli Italiani d’oltre Alpe e d’oltre Mare di Bertacchi, consistente in sei strofe di novenari, fu pubblicato il testo la prima volta il 2 marzo 1912 sulla prima pagina del «Corriere italiano di Parigi», giornale settimanale delle colonie italiane e quindi nel I volume di «Italia! Letture mensili» di quello stesso anno. Qui si apprende che la richiesta al poeta era stata inviata dall’allora presidente conte Candido Sabini, con la seguente aggiunta: «Si dice che l’inno sarà musicato da Pietro Mascagni». Inoltre si informa che «l’inno è stato ristampato anche da altri giornali in Italia e all’estero» . L’inno fu musicato lo stesso anno da Giuseppe Guardione , il quale il 15 marzo così scriveva al poeta da Roma: «Il Suo inno degl’Italiani d’oltr’Alpe e d’oltre mare, pubblicato sul ‘Giornale d’Italia’, ha talmente sedotta la mia immaginazione, che mi sono permesso a musicarlo. Non mi nascondo le gravi difficoltà che rendono la mia debole opera impari alla magistrale fattura che emana dalla sua inspirata penna. Ma mi conforta il pensiero che la mia mente è stata guidata dall’immenso affetto per la nostra Gran Madre. E tale effetto mi dà animo a pregarla di accettare l’esemplare che doverosamente mi permetto d’inviarle». Da una successiva lettera del 21 aprile dello stesso, in cui ringrazia della risposta avuta dal poeta, si apprende che Bertacchi passò lo spartito a un amico, certamente un musicista, per un parere: “La copia che Le ho rimesso è esclusivamente per Lei e mi son fatto un dovere, non appena ho musicato la Sua pregievole (sic) lirica, a rimettergliela. A suo comodo, giusta quanto gentilmente mi promette, attendo il Suo parere, pria di dare l’inno alla pubblicazione, così avrò il piacere di conoscere se le mie povere note sono state di Suo gradimento. Le accludo una piccola modificazione che mi userà la cortesia di passare al Suo amico, per correggere la copia a Lei rimessa». Lo spartito non è stato reperito nel Fondo del poeta. L’inno fu messo in musica anche da Vincenzo Spadea, che così scrisse al poeta da New York il 29 ottobre : «Leggendo il suo magnifico ‘Inno degl’Italiani di oltr’Alpi ed oltre mare’ l’anima nostalgica mi dettava la nota armonica. […] non mi è parso irriverente il dedicare al vigile e sapiente custode del diritto di tutti gli emigrati d’Italia [il re] il mio tenue lavoro. […]. Se altri – e saran molti – hanno ancora voluto rivestir di note melodiche i suoi versi patriottici, Ella scelga, e faccia scegliere, quella musica giudicata più propria e degna e che rimanga per sempre. […]. Se l’ambita fortuna sorridesse al mio povero lavoro, reclamerei per la musica il diritto di proprietà, com’Ella per i suoi versi […]». Non sono note né la risposta, né la partitura musicale. Nello stesso Fondo è una lettera, datata Genova 11 marzo 1929 e inviata da Silvio Bellotti al poeta, in cui si dice che l’inno fu musicato da Ferdinando Mazzi a Parigi: «Il mio amico Ferd. Mazzi mi scrive da Parigi che la Società degli autori di là vuole da Lei l’assicurazione che Ella riconosce d’essere l’autore dell’Inno degli Italiani musicato dal Mazzi. È un’assicurazione anche per Lei come autore. Ella non ha da far altro che firmare l’acclusa dichiarazione e mandarmela» . Ripetute mie richieste alla Dante Alighieri di Parigi sono risultate vane, per cui non sono note né la risposta del poeta, né la partitura musicale. Da un’altra lettera inviata al poeta l’8 dicembre 1932 risulta che anche Giovanni Bertolo aveva musicato quello che egli definisce l’«ispirato e dinamico Inno» e già aveva trovato l’editore in Leandro Chenna di Torino, che voleva pubblicarlo in «Florilegio infantile», una nuova raccolta di canti per i fanciulli delle scuole elementari e di avviamento. Con una cortese lettera del 20 seguente il Bertolo prese atto della «assoluta opposizione alla pubblicazione musicale dell’Inno degli Emigranti» da parte del poeta. Vista l’intitolazione dell’Istituto magistrale maschile a Benito Mussolini, dove il compositore insegnava, non appare strano che il poeta abbia scritto sulla stessa lettera: «no: con telegramma e lettera». Quanto al testo, i professori Antonio Cagnoni e P. G. Galizzi del Liceo-ginnasio di Bergamo, curatori di un’antologia per la scuola media presso la Sei , ne chiesero al poeta la pubblicazione “per inserirla nel calendario alla giornata di ‘La Dante’, insieme a Balilla e Croce Rossa. La risposta, inusualmente precisa con tanto di sottolineatura al diniego, fu appuntata dal poeta sulla stessa lettera: «Risposi no con telegramma del 26.X.37 e lettera del 27.X.37». Avendo il 2 novembre successivo scelto tre poesie diverse, i due professori ebbero il benestare del poeta, che sulla seconda richiesta annotò: «acconsentii a queste 3». Balilla Francesco Papa il 20 agosto 1919 scrisse al poeta da Cava de’ Tirreni (Salerno) : «Avendo scelto nell’antologia del Lipparini (Primavera poetica) la sua poesia ‘Balilla’ per inserirla in un manuale di canto per la Scuola Normale di Salerno ove sono ordinario di tale cattedra, La prego volermi permettere di pubblicare musicata della [leggi: la] poesia». Essendo la richiesta pervenuta vari anni prima che nascesse l’Opera nazionale fascista, intitolata a Balilla, fondata nel 1926 «per l’assistenza e l’educazione fisica della gioventù», e non essendo quindi la poesia, pubblicata in Alle sorgenti del 1906, destinata a celebrare un’istituzione del regime, è possibile che il poeta abbia autorizzato la pubblicazione del testo, musicato probabilmente dallo stesso Francesco Papa, insegnante di musica in quell’istituto, oggi Liceo statale Regina Margherita. Comunque la musica non è stata reperita. Il cantico dei ciechi Ancora nel Fondo una lettera inviata il 16 novembre 1928 al poeta dall’amico prete Pietro Stoppani dell’Istituto dei ciechi di Milano recita: «ho in animo di bandire su ‘Alba serena’ [rivista dell’Istituto dei ciechi, di cui lo stesso Bertacchi era collaboratore] un concorso per un inno. Dovrebbe essere l’inno dei ciechi. Mi dovresti scrivere le parole: tre o quattro strofe, facili. Contenuto? Butto giù qualche idea. ‘In lumine vita’, ‘In labore lumen’, ‘Alba serena’, ‘Ciechi di guerra’, ‘Per i nati ciechi fu guerra la vita’. Far vibrare la nota fraterna; mettere la sordina su certe affermazioni che vorrebbero i ciechi pari a coloro che vedono. Niente compassione, si capisce. Mi pare che il poco che accenno possa bastare. Nel bandire il concorso – a cui possono prendere parte soltanto ciechi – io non dirò che è l’inno dei ciechi. Potrà diventarlo. Sarà ‘Concorso per un inno su versi/parole di G. Bertacchi’». È Il cantico dei ciechi in otto quartine, pubblicato nel gennaio del 1929, insieme a una lettera del poeta, che così inizia : «eccoti un componimento simmetrico, cadenzato, preciso di concetti e di termini, messo giù in proprio all’antica. Non è lirico, lo so e lo dichiaro. È uno schema ignudo di parole e di ritmi, un’ossatura che agogna a trovar la sua musica come l’ulna e il radio dell’allodola si completa nell’aria per effondersi a volo». Una dozzina furono i partecipanti, oltre a un tredicesimo, il cui elaborato non fu accolto perché giunto oltre i termini stabiliti. La giuria, composta da Mario Tarenghi, Carlo Gatti e conte Antonio Cicogna , «riconoscendo che nessuno ha raggiunto il grado di distinzione artistica da meritare l’assegnazione del premio unico», scelse di dividerlo : il primo premio (L. 500) andò a Franco Fiorentini , docente di organo all’Istituto, seguito nell’ordine da Emilio Schieppati , docente di pianoforte, armonia e contrappunto nello stesso, e da Ariberto Pellegrini (L. 250 a ciascuno). Solo di quest’ultimo ho rintracciato il manoscritto dell’inno a quattro voci , mentre degli altri le ricerche non hanno dato alcun risultato, tanto più che gli autori non premiati potevano riavere indietro gli elaborati. Sette anni dopo, da una lettera dello Stoppani al poeta del 14 ottobre 1936 si viene a sapere che lo Schieppati , già secondo al concorso, si era offerto di farne una revisione o una nuova versione. Così scriveva lo Stoppani al poeta: «Il mio Schieppati è buon musicista. Secondo me la poesia, così com’è, è poco facile per il compositore, date le esigenze di armonia, di ritmo e la specifica ispirazione dal mondo sonoro». In una successiva del 17 ottobre precisava : «Della poesia che ti mandai in copia e di cui mi scrivi ampie osservazioni critico-musico-ritmico-filosofiche, che cosa posso dirti? Che fu già musicata da alcuni maestri ciechi, anni sono. Così non ebbero osservazioni a fare allora. Lo Schieppati era dei concorrenti. Suppongo quindi che l’offerta composiz. sia una esumaz. della composiz. d’allora. L’osservazione quindi sulla musicabilità del componimento è mia. Tu hai già compreso il momento psicologico ispiratore del cantico. Più che pensiero fiorito spontaneo dal cuore di un cieco, è pensiero nostro, riflesso in noi, e quindi riverberato nelle oscurità del cantore cieco. Ma sono facezie. Lascia andare». Neppure la seconda versione musicale dello Schieppati, ammesso che sia stata scritta, è stata rintracciata presso l’Istituto milanese, né compare traccia in alcun documento di quell’archivio. Vigilia di Pasqua Il 30 maggio 1931 il musicista Letterio Barbera scriveva da Catania al poeta: «Avendo presentato alla Società italiana degli autori ed editori alcune liriche per canto e pianoforte insieme alle quali ho presentato anche, per canto e pianoforte, i suoi due sonetti ‘Vigilia di Pasqua’ che allora furono pubblicati dalla ‘Domenica illustrata’ n. 14 del 4 aprile 1915 (ditta Sonzogno, via Pasquirolo 14, Milano) e siccome mi piacquero tanto, ho creduto allora di musicarli. Intanto ora, per l’accettazione di ogni lavoro, giusto il nuovo regolamento generale della suindicata Società, il bollettino di dichiarazione deve essere compilato con la firma dell’autore del testo letterario. Per tale prego la Sua cortesia di volermi rimandare l’allegato bollettino firmato e con le relative quote ripartite» . Si tratta in effetti di un sonetto doppio, pubblicato a pagina 2 del settimanale. Sul retro della missiva il poeta scrisse, sottolineandolo: no. La musica non è stata reperita, nonostante ricerche anche presso i parenti siciliani. Ombra, Lontanante Mignon, Scendendo la via Ben tre furono le poesie, tutte tratte dalla raccolta A fior di silenzio, pubblicata in prima edizione nel 1912, messe in musica da Ferdinando Evangelisti , che con lettera da Pistoia del 4 maggio 1933 chiese al poeta autorizzazione di eseguirle in pubblico: Ombra, Lontanante Mignon, Scendendo la via dietro un placido gregge. Precisa che si tratta del suo secondo lavoro di composizione, preceduto da una Messa a due voci. Nonostante ricerche, anche presso gli eredi, non si conoscono né la riposta del poeta, né la partitura musicale. Brinata Da una lettera scritta da Firenze al poeta il 13 aprile 1937 dal dottor Alberto Del Lungo, tecnico agrario e insegnante , si viene a sapere che il quindicenne Bruno Rigacci , il quale «già ha raccolto meritati trionfi come pianista e compositore nelle sale dei grandi concerti in Italia e all’Estero», ha messo in musica la poesia Brinata, tratta dalla raccolta «Alle sorgenti» del 1906 e intende far stampare musica e testo, per cui ha già iniziato le pratiche di autorizzazione dell’editore Baldini & Castoldi di Milano. Il Del Lungo, dando per scontata l’approvazione del poeta, gli chiede spiegazioni sul penultimo verso, «di metro diverso dagli altri», forse – aggiunge – per errore di stampa. Non si conosce la risposta del poeta, ma il compositore, tuttora vivente all’età di 95 anni, dopo una carriera intensa di successi e di composizioni, interpellato, su mia richiesta, a settembre 2016 da Lorenzo Ancillotti, autore di una recente biografia sul maestro, ha affermato di ricordare la composizione giovanile “Brinata”, che però rimase inedita e che non è più conservata nel suo archivio. Quanto al dottor Del Lungo, fu suo insegnante per poco tempo alla scuola media. Un momént de nostalgìa Quasi quarant’anni dopo la morte del poeta, furono messe in musica sue liriche in dialetto, essendo nel frattempo uscita la prima edizione delle poesie dialettali . Irlando Danieli firmò nel 1974 Un momént de nostalgìa, 12 strofe di ottonari, pubblicate la prima volta nel 1933, e messe in musica per coro femminile a tre voci, dato in prima esecuzione al teatro Victoria di Chiavenna il 24 aprile 1975, stampato nel 2015 per le edizioni musicali Wicky di Milano. Della stessa poesia Alfredo Montemurro offrì una seconda composizione dell’inno datata 25 dicembre 1985, per coro di voci bianche. Quarant’an de scöla, Fior d’alpe, Al calt de la stüa Eugenio Consonni firmò la musica di tre altre poesie di Bertacchi: il 18 agosto 1979 a Colle Brianza Quarant’an de scöla del 1929, quattro strofe di endecasillabi, ciascuna seguita da due distici; il 20 gennaio 1980 a Camogli Fior d’alpe, il sonetto tratto dalla raccolta d’esordio «Versi» del 1888, quando il poeta aveva 19 anni, entrambe per solo e coro femminile; il 22 novembre 1981, festa di santa Cecilia, Al calt de la stüa, degli anni Trenta del Novecento, coro a tre voci. Tutti questi manoscritti musicali si trovano nell’archivio della Corale Laurenziana di Chiavenna, alla quale furono donati dall’autore, e in fotocopia nel Fondo Bertacchi. Per la patria e per il re Presso lo stesso Fondo si conserva una partitura manoscritta del compositore Antonio Quartero : Per la patria e per il re. Non sono riuscito ad accertare se il testo sia di Bertacchi, essendo i documenti privi della firma dell’autore dei versi, ma lo stile e la presenza nel suo Fondo dello spartito e di un foglio a stampa della stessa poesia lo fanno per lo meno dubitare . Il Mera canta così L’autografo del sonetto di Bertacchi Il Mera canta così è nella collezione di Lorenzo Scaramellini di Chiavenna . Fu scritto dal poeta su una cartolina postale indirizzata «Alla Signorina Gina Mantovani – Chiavenna», fatta consegnare a mano, insieme all’omaggio di una copia del Canzoniere delle Alpi, edizione Baldini & Castoldi del 1919 . Alla signorina, citata nel terzo verso, è dedicata la poesia, senza data, ma da assegnare al 1934 essendo la dedicataria dichiarata diciannovenne nella poesia. Questa fu pubblicata la prima volta in una cartolina edita come n. 55 il 22 giugno 2007 dal C4, il Circolo culturale collezionistico chiavennasco, in occasione del premio Federbim Valsecchi. Tra le poesie di Bertacchi è l’ultima in ordine di tempo ad essere stata musicata, il 1°dicembre del 2015, da Raffaello Torrisi per coro e corno in Fa. È stata stampata nel 2016, per iniziativa di Gianni Zatta, su quattro pagine con una incisione di Bruno Ritter in copertina. Poesie o musiche forse mai composte In questo settore sono proposte poesie di cui è incerto o improbabile che siano state musicate e in qualche caso che siano addirittura state scritte da Bertacchi. In un caso era già stata abbozzata la musica, ma il poeta non accolse l’invito a scrivere i versi. Per il 67° reggimento di fanteria Non conosco né il titolo, né il testo né la musica dell’inno richiesto al poeta fin dalla vigilia della prima guerra mondiale dal col. Luigi Paglionica, comandante del 67° reggimento di fanteria «Legnano» , che così il 21 aprile 1914 gli scriveva da Como: «È mio desiderio che il Reggimento, che comando da quasi tre anni, abbia un inno proprio. Esso deve allietare i soldati nelle marcie, alle manovre, nelle solennità, e nelle ore di riposo. Nessuno meglio di Lei potrebbe dettarne le parole animatrici, ed è per questo ch’io confido che Ella vorrà esaudirmi, assicurandoLa, fin d’ora, che il suo lavoro, se tale onore verrà concesso al reggimento, sarà gelosamente custodito e, per l’opera di tutti noi, mantenuto vivo nella memoria dei soldati che appartengono e apparterranno al 67° di fanteria» . Per la Legione Garibaldina Dell’inno abbiamo solo notizia in una lettera, inviata al poeta dal compositore V. Rocca da Nizza il 25 luglio 1915 : «Sono autore di un inno scritto in onore della valorosa Legione Garibaldina che si coprì di gloria nell’Argonne sotto il comando dell’intrepido Peppino Garibaldi. Il mio inno che fu già cantato in diversi stabilimenti di Francia ha incontrato il favore del pubblico. Ora, modificate le parole francesi in modo da poter essere cantato anche in Italia, desidererei farlo tradurre in italiano per poterne fare tosto una nuova edizione. A me sembra che, se la S. V. volesse degnarsi di rivestire la mia modesta musica di parole veramente italiane come solo lei sa scrivere, si potrebbe avere un buon successo anche in Italia». È assai probabile che la richiesta non sia stata accolta, anche perché sarebbe stato problematico adattare i versi alla musica. In effetti l’inno ufficiale dei volontari della Legione fu Canzone garibaldina musicata nel 1914 da Rodolfo Falvo su versi di Libero Bovio. La Legione Garibaldina fu costituita in Francia fra Italiani allo scoppio della prima guerra mondiale nell’autunno del 1914 da Peppino Garibaldi, primogenito di Ricciotti Garibaldi e abiatico dell’omonimo. Si batté vittoriosamente alle Argonne, subendo invece pesanti perdite nella seconda battaglia di inizio 1915. Con l’entrata in guerra dell’Italia, la Legione fu sciolta . Inno dei cavalleggeri In una lettera senza data né luogo, ma sulle rive del Mincio, quindi tra le province di Verona e Mantova, il sottotenente Carlo Sarteschi del 12° Cavalleggeri di Saluzzo , “fedele e vecchio scolaro” del poeta, gli scrive che vorrebbe «fare una ‘sveglia’ di cavalleria, un inno, una breve canzone di guerra, una diana, una marcia, un qualche cosa che allieti le marcie a cavallo, le lunghe marcie». E per questo, chiedendo il testo al poeta, aggiunge: «Le mando come traccia e come modello, permetta la parola, l’inno dei bersaglieri ciclisti che è veramente magnifico e solenne. Come traccia le potrò anche dire qualche cosa della nostra arma: sempre fedele a sé stessa, silenziosa, generosa con tutti, severa, poco amante della pubblicità, è disciplinata con serietà e forte sentimento del dovere. La guerra l’ha poco provata ma ovunque si è fatta onore […]. Durante la ritirata è stata esempio e sprone a molti che avevano dubitato. Spero che lei mi vorrà accontentare e attendo con ansia una risposta, due versi, una strofetta sola poesia del suo fuoco e della sua bella verità». Si riferisce probabilmente alla ritirata di Caporetto dell’ottobre 1917, in cui la cavalleria protesse il ripiegamento sul Piave. Quindi la richiesta può essere datata dopo quella data. Non si sa se testo e musica siano mai stati composti. Al XXIX Corpo d’armata e al suo duce ten. generale De Albertis Traggo il titolo dalla dedica: «Al XXIX° Corpo d’armata e al suo duce ten. generale De Albertis» . Comprende cinque coppie di quartine, stampate a firma Giovanni Bertacchi su un cartoncino intestato «XXIX Corpo d’armata» sopra uno schizzo rettangolare e sulle pp. 7 e 8 di un opuscolo ignoto. Ne parla il maggiore Tullio Urangia Tazzoli il 4 dicembre 1918 in una cartolina postale , inviata al poeta da Mantova per ringraziarlo «dei magnifici versi che intonano il peana della Vittoria pel XXIX Corpo d’armata a cui mi onoro di avere per 8 mesi appartenuto». Non c’è notizia che i versi siano stati musicati . Inno per gli orfani di guerra In una cartolina postale, inviata da Rona il 28 maggio 1919, don Giovanni Minozzi , impegnato «per gli orfani di guerra e per i bambini comunque da essa danneggiati», fa una richiesta al poeta: «Non potrebbe lei, caro e dolce amico, scrivere per essi un inno, una preghiera da farsi musicare e cantare?». Non è noto se i versi, ammesso che siano stati scritti, siano stati messi in musica. Inno alla giovinezza del principe Umberto Il maestro Giuseppe Pettinato chiese nel 1921 il testo a Bertacchi per un inno da musicare al futuro re d’Italia, ma non è stato possibile stabilire se il poeta abbia accolto l’invito. È vero che il Pettinato diventerà uno dei compositori più presenti alle celebrazioni musicali del ventennio, ma in questo caso la richiesta è precedente. Una raccomandazione in merito fu inviata al poeta da Innocenzo Cappa, deputato alla Camera per la terza legislatura, in una lettera del 20 marzo 1921, garantendo che «farà cosa bella» . Inno degli alpinisti d’Italia Da una lettera inviata da Palermo il 21 maggio 1925 il presidente del Club alpino italiano, sezione di Palermo, avv. Umberto di Salvo, chiese al poeta il testo per un Inno degli alpinisti d’Italia . Non conosciamo l’esito della richiesta. Fiaba italica In una lettera senza data , scritta dal poeta a Giovan Battista Brioschi, direttore della casa editrice Baldini & Castoldi di Milano, dove Bertacchi pubblicò quasi tutte le sue raccolte, si legge: «Da Milano un maestro di musica, per il tramite del Curti , mi chiese di poter musicare la mia Fiaba italica. Io risposi di sì: ora, però, ripensando a un certo suo disappunto circa la pubblicazione di quelle scene, desidererei che Ella mi chiarisse la cosa con la consueta franchezza. Per me quel componimento contiene poesia vera e anche insolita nell’arte mia: però io non considero la Fiaba come una cosa essenziale, e se sapessi che essa fu giudicata in modo sfavorevole non farei questione di amor proprio letterario ed eviterei di darle, con consenso a musicarla, una risonanza ulteriore». La Fiaba fu pubblicata da «Il secolo XX» nel 1918 , ma non è noto se sia stata musicata. Inno del Dopolavoro In una lettera, inviata al poeta da Sondrio il 6 marzo 1932, Salvatore de Haro lo informa del suo progetto «di comporre un inno, o canto, del Dopolavoro» e aggiunge: «Nella musica sono un orecchiante: ho una mediocre disposizione a imbastire qualche nota, come l’hanno, in genere, i meridionali. Ho già abbozzato la parte musicale che – a giudizio degli intenditori – è ben riuscita. Manca ora la parte poetica che è molto importante, trattandosi di canto popolare, semplice e nello stesso tempo espressivo, come l’inno ‘Giovinezza’ o come gli inni del risorgimento». Chiede quindi a Bertacchi «le strofe adatte» per cantarle il 23 marzo, data della fondazione dei fasci. Come si apprende dalla cortese lettera del de Haro in data 9 marzo (ed era da aspettarselo, vista anche la circostanza per la prima esecuzione), il poeta oppose un netto rifiuto, comunicandolo con lettera e telegramma, come già aveva fatto per la seconda versione musicale di Inno degli Italiani d’oltre Alpe e d’oltre Mare e per Balilla. Trittico Don Giovanni Minozzi scriveva al poeta da Roma il 5 dicembre 1935 su cartolina postale intestata Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia : «Carissimo, grazie infinite per il Trittico bellissimo. Lo pubblico subito e lo mando al maestro [Franco] Alfano per farlo rivestir di note. Magnifico!». Si tratta della rivista “Alba”, dove comparve l’11 dicembre seguente e della poesia Trittico di lavoro e di fede, costituita da due terzine e una quartina di endecasillabi, ripetute tre volte . Non è stato possibile risalire alla musica, ammesso che sia stata composta. Da una successiva cartolina del Minozzi il 1° gennaio 1936 si apprende solo della pubblicazione del testo: «Mio caro amico, hai ricevuto la Rivista con il trittico? Grande successo!». L’amico prete potrebbe riferirsi alla stessa nella cartolina del 13 luglio 1937, in cui scrive: «Pensa al canto pe’ miei orfani – canto di passeggiata, di gita, di ascese montane …». L’iride sulla cascata Di Bertacchi si possiede anche un altro dramma, o meglio una favola drammatica: L’iride sulla cascata, ambientata in alta val San Giacomo nella sua Valchiavenna, scritta in età giovanile, in un anno imprecisato, e donata un ferragosto, pure imprecisato, a Montespluga all’amico cappellano lassù, don Antonio Colombo, che la pubblicò solo nel 1969, primo centenario della nascita del poeta , con queste parole : «poiché L’Iride della cascata ci parve colorita da soavi immagini e modulata da una certa armonia, che la rendono atta alla musica, la passammo, molti anni orsono, a don Giocondo [D’Amato] di Chiavenna, valente musicista, che la lesse attentamente, rendendomi il copione diviso in quadri, con la distribuzione agli interpreti delle varie parti, segno evidente che gli era passato per la mente il pensiero di musicarla e metterla sulle scene. Eravamo in tempi in cui il teatro poteva assumersi un tale impegno, pur non senza difficoltà». Ma alla fine con tutta probabilità don Giocondo al progetto. *Si ringraziano tutti coloro che, a diverso titolo, hanno collaborato alla presente ricerca: Antonio Aliani di Viadana, Adriano Amore di Frasso Telesino, Lorenzo Ancillottti di Empoli, Enrico Aymerich di Laconi di Cagliari, GianMario Baldi di Rovereto, Luigi Balice di Torino, Mariella Barbera di Catania, Patrizia Bertuzzi di Bologna, Monica Biagioni di Pistoia, Ugo Boccassi di Alessandria, Tommasina Boccia di Napoli, Cristina Bolandrina di Palosco, Tiziana Bonarrigo di Nizza di Sicilia, Gianni Briguglio di Nizza di Sicilia, Laura Brusa di Vercelli, Giuseppe Castronovo di Palermo, Ester Cauzzi di Asola, Paolo Cavallo di Pavia, Luigi Cavatorta di Viadana, Irlando Danieli di Milano, Giovanni Delama di Trento, Daniela del Noce di Napoli, Guglielmo del Noce di Napoli, Antonella De Nittis di Treviglio, Federica Di Fazio di Roma, Giacomo Di Palo di Napoli, David Di Paoli Paulovich di Trieste, Giuseppe Di Tommaso di Nizza di Sicilia, Cecilia Donati Invrea di Saronno, Marcello Evangelisti di Pistoia, Flaviana Frascogna di Napoli, Gregorio Gallello di Gasperina, Annita Garibaldi di Roma, Rita Gennaro di Treviglio, Massimiliano Génot di Torino, Lella Gentile di Bologna, Giorgio Ghetti di Mondavio, Elisabetta Gnecco di Genova, Domenico Leggiardi di Testona, Eleonora Leoni di Brignano Gera d’Adda, Giovan Battista Litta Modignani di Milano, Mario Longatti di Como, Margherita Malagoli di Carpi, Maria Elisabetta Manca di Bergamo, Salvatore Manca di Cagliari, Licia Mari di Mantova, Francesco Mauriello di Milano, Mariagrazia Melucci di Bari, Lorenza Meroso di Bagnaria, Pierfrancesco Minoli di Rovereto, Manuele Montanari di Mondavio, Nello Mori di Portici, Barbara Oggionni di Treviglio, Alberto Ogna di Perugia, Piero Ostali junior di Milano, Anna Pacini di Colle di Val d’Elsa, Enrica Panzeri di Milano, don Filippo Paravicini Bagliani di Bergamo, Nicoletta Pattarini di Piacenza, Franco Pellegrini di Mantova, Edi Perino di Torino, Assunta Pezone di Salerno, Piero Piano di Monte San Pietro, Rosanna Regonesi di Torre Boldone, Maria Ritucci di Milano, Federica Riva di Parma, Pierluigi Roesler Franz di Roma, Claudia Sanzò di Novi Ligure, Claudio G. Schenone di Genova, Elisabetta Sciarra di Venezia, Alessandra Sequi di Cagliari, Daniela Serriolo di Torino, Giordano Sterlocchi di Chiavenna, Simone Tonelli di Carrara, Angela Traversa di Como, Michele Trenti di Genova, Cinzia Trezzi di Cassano d’Adda, Romano Vettori di Bologna, Claudia Viezzoli di Roma, Francesca Zaccaria di Ostuni, Gianni Zatta di Chiavenna, Ilaria Zucchini di Viadana. Con loro si ringraziano anche i responsabili delle seguenti istituzioni che hanno fornito utili notizie. Uffici storici, di stato civile e di anagrafe comunale: Asola, Bagnaria, Bologna, Cagliari, Carpi, Carrara, Colle Val d’Elsa, Genova, Napoli, Nizza di Sicilia, Novi Ligure, Napoli, Ostuni, Piacenza, Pinerolo, Pistoia, Roccalumera, Roma, Sondrio, Torino, Vercelli. Biblioteche: Casa di cultura fondazione Achille Marazza di Borgomanero, Comunale di Como, Conservatori di Bari, Milano e Napoli, Museo nazionale del Risorgimento italiano di Torino, Nazionale centrale di Firenze, Nazionale marciana di Venezia, Seminario di Torino, Università di Bologna, comunali di Napoli, Novi Ligure, Paderno d’Adda, Palermo, Palosco, Rovereto, Trento, Viadana. Archivi: Accademia filarmonica di Bologna, Associazione nazionale arma Cavalleria di Milano, Casa musicale Eco di Monza, Casa musicale Sonzogno di Milano, Corpo bandistico di Chiari, Residenza sanitaria assistita di Torre Boldone, Storico del Conservatorio di Parma, Storico dello stato maggiore dell’esercito di Roma, Storico dell’Istituto dei ciechi di Milano, Storico diocesano di Mantova, Storico Ricordi di Milano.


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