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News IL CENTRO STORICO DI CHIAVENNA
Data inserimento : 06 dicembre 2020

È certo che Chiavenna esisteva fin da epoca romana, come testimonia la Tabula Peutingeriana, copia del XII secolo di una carta stradale del IV secolo, in cui “Clavenna” rappresenta il punto di confluenza di due itinerari da e per Coira: quello dello Spluga attraverso la val San Giacomo (oggi più nota con lo stesso nome del passo) e quello del Settimo, ma anche del Maloggia e del Giulia, attraverso la val Bregaglia. In Valchiavenna continuava con il nome di Francisca la via Regina, cioè Regia, che fin dal I secolo da Como portava verso e oltre le Alpi. Tradizionalmente il suo nome si fa derivare da “clavis” latino, trovandosi alla confluenza di due vie, ma recentemente è stata affacciata la derivazione da “claudenda”, cioè zona che doveva essere chiusa in caso di invasione ostile, oppure da una base mediterranea –klava a indicare un borgo sorto su una ganda o frana. L’abitato si sviluppò probabilmente fin da allora grosso modo parallelo al fiume Mera, sulla sponda sinistra. Sotto la rocca del castello gemino, costituito da quella di San Giorgio, dov’era una torre, oggi detta Paradiso, e da quella di Santa Maria, dov’era il castello vero e proprio, oggi detta Castellaccio, erano posti il centro religioso, presso la chiesa plebana di San Lorenzo, e quello politico-amministrativo, presso il Pretorio nell’attuale piazzetta San Pietro. Nel Medioevo Fin dal V secolo, quando si ipotizza una prima chiesa battesimale, Chiavenna fu il centro religioso della valle. Verso il IX secolo, con l’organizzazione delle pievi, ebbe una chiesa più ampia che nel 973 era già dedicata a san Lorenzo. Il borgo era importante sia per il commercio, avendo fin dal 995 un proprio mercato, sia per la posizione strategica, essendo nominato nello stesso anno il castello, sia infine per il suo ruolo religioso, essendo San Lorenzo la chiesa plebana con unico fonte battesimale per tutta la val San Giacomo o valle Spluga, per la val Bregaglia fino a Villa e per il piano fino a Mese e San Cassiano. L’arciprete di Chiavenna, il cui primo nome compare nel 1016, aveva giurisdizione sulle 17 chiese della pieve. Già comune nel 1097, il borgo ebbe dagli imperatori ripetute concessioni dei dazi sul suo ponte e sulle annesse chiuse tra l’803 e il 1065 e aveva una porta presso il castello, detta Proina. È documentato in quell’epoca un notevole risveglio nell’architettura ecclesiastica, a cui dovette corrispondere uno sviluppo in campo civile. Ben otto erano le chiese nel XII secolo. Oltre alla collegiata, ingrandita nel 1107 e restaurata nel 1176, era annessa la chiesa battesimale di San Giovanni Battista, anche detta di Santa Maria Rotonda, abbattuta nel 1700 per consentire la continuazione del quadriportico del cimitero. Nelle vicinanze era la chiesa di San Pietro, chiusa nel 1810 con la soppressione del convento delle suore agostiniane. Altre due erano sulla rocca: San Giorgio, nominata nel 1178, e Santa Maria, documentata nel 1047, entrambe distrutte nel ’600. Ancora: le chiese di San Giovanni evangelista, ai piedi del pendio di Pianazzòla, di San Fedele, ricostruita nel 1666 e sconsacrata nel 1848, e di San Bartolomeo nella contrada omonima in Oltremera. La zona dell’attuale piazza Castello, come viene normalmente chiamato il palazzo Balbiani, era detta nel 1141 Monténo, divenuta Montano fino a tutto l’Ottocento. Nel XII secolo si trovano le località Salecedo nel 973 (oggi Saliceto), Fontana presso il ponte di Oltremera nel 1100 (piazza Pestalozzi o “Cantón”), Ariasca nel 1115 (Raschi), Mole nel 1114 (Molinanca), Ardale nel 1146 (Reguscio), Ladranio nel 1169. Le abitazioni dei più abbienti dovevano essere in muratura o metà muro metà legno, a due o più piani (solariate), mentre le case dei più poveri, che erano la maggioranza, dovevano essere prevalentemente in legno o a graticci con calce, a un solo piano (terranee). Erano coperte di paglia o di assicelle (le “scandulae”, da cui il toponimo e la parentela Scandolera a nord di Mese). L’igiene delle abitazioni, oltre che quella personale, doveva lasciare alquanto a desiderare, soprattutto per la mancanza di acqua in casa, ma anche per i ristretti ambienti di vita. Causa non ultima, questa, delle frequenti pestilenze. Alle estremità del borgo c’erano fin dall’antichità i due ponti, detti rispettivamente di sopra e dell’Oltremera o di San Giovanni, a partire almeno dal 1745, quando fu posta la statua di san Giovanni Nepomuceno. A sud di piazza Pestalozzi, sul lato verso il fiume, non ci furono abitazioni almeno fino agli inizi del XVI secolo, quando i privati poterono appoggiarsi con le loro case direttamente al muro di cinta, di cui si parlerà sotto. Il prevalente impiego del legno spiega perché poco rimane delle abitazioni dopo l’incendio appiccato nel 1486 dai Grigioni, i quali, costituitisi in un unico stato mediante l’unione di tre leghe, volevano ampliare i loro territori, avvicinarsi al Mediterraneo e acquisire la libertà di passaggio dalle nostre valli senza pagare dazio. Perciò rarissime sono oggi a Chiavenna le testimonianze architettoniche medievali: la facciata del quattrocentesco palazzo dei conti feudatari Balbiani, quello che i chiavennaschi chiamano impropriamente castello, e il perimetro della collegiata di San Lorenzo. Secondo alcuni potrebbe essere scampata anche la caratteristica “Córt di àsen”, ma io credo che anch’essa risalga al ’500, pur avendo ancora un sapore medievale. Le mura quattrocentesche di cinta Essendo di nuovo tornati i Grigioni in Valchiavenna come in Valtellina nel 1487, andandosene solo dopo essere stati caricati di ducatoni d’oro, Ludovico Maria Sforza detto il Moro decise di correre ai ripari, ordinando mura di cinta attorno ai principali borghi del territorio dell’attuale provincia di Sondrio. Chiavenna fu la prima a obbedire, anche perché era quella più esposta, data la vicinanza dei Grigioni, e tra il 1488 e il 1497 sorse la cinta muraria, su progetto dell’ingegnere ducale Ambrogio Ferrari, assistito dal più famoso ingegnere Giovanni Antonio Amadeo, autore tra l’altro della facciata della certosa di Pavia e della cappella Colleoni di Bergamo. Fu fortificato l’abitato sulla sponda sinistra, mente l’Oltremera fu considerata un sobborgo, dove sorsero osterie con stallazzo per chi giungeva a Chiavenna quando già le tre porte erano chiuse. Verso l’area agricola, le mura, che avevano un perimetro di quasi due chilometri, intervallato da 14 torrioni, compresero anche una zona verde di riserva. La loro esistenza sul fiume fece nascere lo scorcio suggestivo di case sulla Mera; infatti, dopo che i Grigioni si impadronirono della valle, autorizzarono i privati ad addossarsi a quelle mura che Ludovico il Moro aveva fatto costruire contro di loro. I Grigioni e il centro storico attuale Il XVI secolo, trascorso un dodicennio di dominio francese, segna l’inizio del governo grigione in Valchiavenna, così come in Valtellina, e pure l’inizio di un’altra epoca, in quanto si intensificano i rapporti commerciali attraverso i valichi alpini. E per secoli Chiavenna godrà di un certo benessere proprio in virtù degli intensi traffici commerciali dalla Pianura Padana al centro Europa e viceversa. E rinasce il centro storico come lo conosciamo oggi, ovviamente con tutti i cambiamenti e le integrazioni subìte nel corso dei secoli, ma conservando la fisionomia rinascimentale. Lo testimoniano i documenti d’archivio, ma anche le date incise sui numerosi portali in pietra ollàre, talvolta accompagnati da motti religiosi in latino o in italiano e, meno spesso, dai nomi dei primi proprietari. La data più antica è nel quartiere di Santa Maria, dove sul palazzo fatto costruire da Antonio Pestalozzi compare l’anno 1517. Poi per tutto quel secolo le date si rincorrono; altre si riferiscono al Seicento e poche al Settecento, a testimonianza che la ricostruzione avvenne soprattutto nel Cinquecento, dopo il disastroso incendio appiccato dai Grigioni. La “Paart de mèz” si snoda parallela al fiume Mera dalla rocca del castello fino a Santa Maria ed è oggi divisa nelle vie Maurizio Quadrio, Francesco Dolzino e Carlo Pedretti. È la zona commerciale, sede di negozi ed empori, ieri come oggi, mentre ai piani superiori erano le abitazioni della borghesia. Essa si segnala per la nobiltà degli edifici o comunque per la loro unitarietà, sia come stile, sia perché costituiscono le due cortine che delimitano la strada stessa. Si va dai portali elaborati, magari a bugnato e con mascheroni e tondi figurati, a quelli più modesti con un semplice arco e una data, dai davanzali sagomati alle finestre incorniciate da elementi più o meno semplici, da facciate interamente affrescate, come quella in via Dolzino recentemente recuperata con monocromi del 1597, a dipinti religiosi isolati, questi ultimi un tempo certamente più numerosi di oggi. Tuttavia in questo settore, grazie a una maggiore sensibilità anche da parte comunale, si stanno riscoprendo tracce decorative antiche sulle pareti, che contribuiscono ad arricchire ancor più il centro storico. Verso il fiume, più o meno parallele ad esso, sono le contrade artigianali, dove la derivazione di canali forniva la forza motrice a molini, torni della pietra ollàre, segherie, officine di fabbri, concerie, cartiere e, tra Otto e Novecento, a ovattifici, birrifici, pastifici ecc. I nomi delle vie ricordano ancora oggi quelle attività. Le contrade sono quelle della Bottonera, così chiamata perché sede di torni per la lavorazione della pietra ollàre, il cui scarto tronco-conico (detto “botón”), rimasto dopo la fattura di vari laveggi da un solo masso, veniva usato per pavimentare le vie, e quella della Molinanca che, come dice il nome, era sede di molini, azionati dall’acqua del canale, che fu soppresso nel 1957. Nella seconda metà del XX secolo questa zona, a differenza di quella centrale, ha subìto una profonda trasformazione: da sede di opifici artigianali è diventata area scolastica, ospitando oggi tutte le scuole medie superiori esistenti in Chiavenna. Nella parte bassa della Molinanca vi sono ancora, sul lato verso il fiume, alcune abitazioni private. Sul lato opposto della “Paart de mèz”, servito dalle attuali vie Macolino, delle Agostiniane e Lena-Perpenti, era la zona agricola del borgo. Solo in seguito alla costruzione della stazione ferroviaria nel 1886 le aree a vigneto e frutteto cominciarono ad essere occupate da case e strade. Lungo il viale di circonvallazione (viale Risorgimento e via Vittorio Emanuele II), aperto nel 1932, sono andate sorgendo altre case. Quanto alle piazze, l’unica ampliata fin dalla seconda metà del ’400 era quella del Castello, che per questo viene chiamata in dialetto “piaza Granda”, mentre le altre erano dei brevi slarghi: così l’attuale piazza Crollalanza, chiamata “piaza növa” fin dal 1628 (evidentemente era stata ricavata dall’abbattimento di case). Stessa sorte toccò, ma a metà dell’Ottocento, alle attuali piazze Bertacchi e Pestalozzi. Ai nostri giorni Fortunatamente il centro storico di Chiavenna si è conservato abbastanza unitariamente fino a oggi. Non sono mancati interventi stonati, ma sono casi sporadici e si trovano all’esterno del cuore del borgo, anche se da certe prospettive non è possibile evitare di vederli. Mi riferisco agli irrispettosi condomìni sorti lungo il viale di circonvallazione e agli ingressi, sia per chi viene da Milano, sia per chi entra dalla Bregaglia. Tuttavia nel complesso il centro storico è ancora oggi abbastanza armonico e vivo, favorendo un certo scambio sociale, una certa partecipazione umana, sempre più rara in un mondo in cui si tende a chiudersi nel proprio privato. Il rivivere attraverso le cartoline l’atmosfera di un tempo passato può essere un momento piacevole per ricordare non senza una punta di nostalgia, ma deve anche essere occasione per riacquistare alcuni valori di condivisione che si sono un poco o tanto annebbiati in questi anni vissuti troppo di corsa. Guido Scaramellini


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